Tai shu – Grande caldo – da 22/7 a 6/8 2016

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In estate, la maggior parte dei lavori è ferma, o si limita al taglio dell’erba, all’irrigazione e al controllo delle infestanti. Nulla di particolarmente divertente da raccontare.

Così in questo post vi parlo di un libro che ho appena letto.

In effetti, estate e inverno sono i momenti migliori per leggere, e per raccogliere idee e appunti per le stagioni in cui operare cambiamenti in giardino.

Il libro che vi suggerisco è “Planting in a Post-Wild World. Designing Plant Communities for Resilient Landscapes” di Thomas Rainer e Claudia West.

Planting_PostWild_World

A parte il titolo che evoca scenari epocali, è un testo ben fatto che esplora il concetto di “comunità vegetali” non dal punto di vista, spesso pedante, dello studio botanico-ecologico, ma per ricavarne ispirazione per la progettazione in giardino.

Questo sembra quasi un controsenso: progettazione e comunità vegetali selvatiche? Noi siamo abituati, infatti, a leggere o studiare le comunità vegetali in natura (la prateria nordamericana, la steppa, il bosco misto di latifoglie, la garigue mediterranea,…).

Nella tendenza di progettazione dei giardini naturali, ci ispiriamo a questi ecosistemi per scegliere le piante da utilizzare in un giardino e, se siamo proprio bravi, studiamo le disposizioni di impianto in base ai pattern naturali, magari ispirandoci ai lavori, quasi filosofici, di Gilles Clèment.

Ecco, in questo libro si smonta qualche mito, innanzitutto studiando in modo più “biologico” il concetto di comunità di piante e, soprattutto, evidenziandone l’aspetto dinamico.

Questo è spesso dimenticato nella progettazione; non tanto la successione delle stagioni, ma la durata più lunga degli anni, il tempo fisiologico di nascita, crescita, maturazione e decadimento dei singoli organismi vegetali, che si adattano all’ambiente in cui si trovano e lo modificano.

Ma proprio questa visione, e il processo di sviluppo “naturale” sono quelli che permettono lo sviluppo di individui vegetali, ciascuno diverso perché la sua storia è diversa da quella del fratello della stessa specie che si è sviluppato qualche passo più in là.

E questa specificità vale sia per le specie a crescita rapida, annuali e perenni veloci, sia per quelle più lente, come gli arbusti e soprattutto gli alberi.

Chiaramente una visione temporale di questo tipo mal si adatta alla domanda di un giardino a pronto effetto, bello e perfetto subito e immutabile nel tempo.

Ma chiunque abbia lavorato un po’ in giardino si è reso subito conto che non c’è nulla di fermo e immutabile.

Un commento che mi ha colpito molto nel libro è quando gli autori paragonano l’approccio della progettazione classica dei giardini a quello di un pittore che dipinge un quadro.

Ma un quadro, una volta completato, è statico, è un’immagine congelata nel tempo.

Un giardino, invece, come ogni altro ambiente in cui sono presenti specie viventi, non è un quadro; piuttosto è un film, in cui i protagonisti, i comprimari e le comparse, si muovono e interagiscono fra loro, dialogano, si toccano, combattono e, a volte, qualcuno muore.

Ecco, questa secondo me dovrebbe essere l’ispirazione per un giardino: scrivere la sceneggiatura di un film, con una trama, personaggi, ambienti, colpi di scena.

Ci sono molti altri spunti interessanti nel libro, ma li approfondirò in altri post, anche perché questo è un testo da studiare, e da usare come spunto per sperimentare combinazioni con un approccio progettuale diverso.

Per ora vi lascio con qualche immagine di giardini “naturali” ben progettati e realizzati, per farvi vedere come questo approccio possa essere adottato in spazi grandi ma anche molto piccoli, come una piccola striscia lungo un marciapiede in città.

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